Samstag, 26. April 2025

A proposito di autismo: non venite!

A proposito di autismo: non venite!

Una giovane donna, bella e brillante, scoppia in lacrime quando confermo la diagnosi di Asperger già formulata altrove. Un’altra, altrettanto giovane, piange ancora più disperatamente quando non posso confermare la diagnosi che si è attribuita da sola. Entrambe piangono come fontane.

Io, nel frattempo, penso seriamente di cambiare mestiere e faccio incubi su possibili ritorsioni online – che, per inciso, non leggo mai.

Se desiderate una valutazione secondo i criteri diagnostici dell’ICD-10 o dell’ICD-11, allora sì: siete nel posto giusto.

Ma se cercate solo una conferma alla vostra autodichiarazione: vi prego, rivolgetevi altrove. Non costringetemi a rinunciare alla mia professione.

Sono all’antica – e lo rivendico. Per me le diagnosi devono poter essere oggettivate. Ciò significa che devo poter rilevare io stessa i criteri diagnostici, in modo indipendente, professionale e rigoroso.

Le autodiagnosi, le auto-osservazioni o i questionari trovati su internet non sono sufficienti. Devo poter verificare tutto in prima persona.

Riconosco subito quando qualcuno mi recita un elenco di sintomi copiato da Reddit o da un gruppo di coaching.

Soprattutto quando questi sono accompagnati da frasi del tipo: “Tengo spesso le braccia come un T-Rex...” Interessante, certo. Ma non basta.

Diciamocelo chiaramente: sì, esistono colleghi che accettano questi sintomi “copia e incolla” come base per una diagnosi.

Io, però, sono vincolata al segreto professionale. Non denuncio – né pazienti né colleghi.

Ma posso essere delusa. E lo sono.

Delusa dal fatto che oggi la pressione culturale abbia reso raro il rigore diagnostico, in un’epoca in cui sembra che tutti vogliano essere “diversi”.

Le persone davvero autistiche raccontano i loro vissuti con parole proprie – spesso originali, a volte strazianti – ma autenticamente indicative della loro condizione.

Come ogni paziente che parla della propria sofferenza, se lo si ascolta con attenzione, prima o poi, il quadro emerge.

Chi si autodichiara “neurodivergente”, invece, arriva con un’enorme mole di informazioni, un orgoglio identitario e una narrazione così ampia e sistematica da risultare paradossalmente poco credibile.

Perché esagerano. E, involontariamente, dimostrano proprio il contrario: che forse così diversi, così poco empatici, così “autistici”, non sono.

Ma allora perché questa corsa alla diversità?

L’impressione è che la diversità, oggi, abbia il fascino del disimpegno.

Essere “normale” non dà vantaggi, né stimoli. Comporta solo doveri, responsabilità, prima tra tutte quella di lavorare.

Essere “diversi”, invece, sembra offrire un’identità, una spiegazione, a volte anche un alibi.

Per i veri Asperger, invece, che sanno di essere davvero “altri” rispetto alla maggioranza, non c’è nulla di più desiderabile che passare inosservati, mimetizzarsi, poter scegliere.

Essere diversi non è mai stata una bandiera da sventolare, ma una realtà da contenere. O, almeno, da vivere con dignità.


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