Samstag, 19. Juli 2025

A proposito di autismo e scuola: parliamoci chiaro: NO alla Maturità personalizzata

A proposito di autismo e scuola: parliamoci chiaro: NO alla Maturità personalizzata

Gli ultimi episodi legati all’esame di maturità – come il rifiuto della prova orale da parte di alcuni studenti – non rappresentano una protesta costruttiva, ma l’ennesimo segnale di una deriva preoccupante: l’idea che si possa scegliere cosa fare e cosa no, senza conseguenze. È legittimo riconoscere che la scuola sia imperfetta, spesso percepita come antiquata, ma è e resta una scuola di vita, l’unico spazio dove ancora si cerca di coniugare formazione e responsabilità.

I professori non sono tutti preparati, imparziali o capaci: alcuni premiano il merito, altri seguono logiche clientelari. Ma non possiamo per questo delegittimare l’intero sistema. La scuola non è perfetta, ma è una delle poche istituzioni dove ancora si cerca di esercitare un principio di giustizia – per quanto fragile.

Da esperta di autismo, conosco bene le difficoltà legate alle performance verbali in pubblico. Ho visto studenti autistici preparati fallire di fronte a commissari sconosciuti, non per mancanza di competenze, ma per blocchi legati all’ansia e alla novità dell’esame. Questo va considerato e previsto prima, con soluzioni alternative – come un video, una presentazione a porte chiuse – ma non con l’annullamento delle prove. La vita, in ogni professione, richiede azione e comminicazione. 

Non si possono cambiare le regole durante la partita.

L’Italia ha un detto amaro: “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Ma non possiamo costruire una scuola (o una società) che autorizza il rifiuto come strategia. Accettare che un ragazzo salti la prova finale senza alcun effetto significa rinunciare alla funzione educativa della scuola.

Troppo spesso assistiamo alla catena delle delegazioni nell’ambito educativo: i genitori affidano tutto alla scuola, la scuola spera nell’università, l’università rimanda alla vita. Così facendo, formiamo giovani che non affrontano i problemi ma li evitano. In Svizzera si registra un aumento allarmante delle richieste di pensione da parte di giovani adulti; in Italia, si rischia di legittimare l’inerzia sotto l’etichetta comoda della disoccupazione. Questi non sono ragazzi con vere disabilità, ma fannulloni, sostenuti spesso da famiglie benestanti, che si adattano a un sistema senza aspettative.

Il rifiuto di ogni richiesta, tipico del profilo PDA (Pathological Demand Avoidance), viene talvolta romanticizzato come “neurodiversità”. Ma trasformare il “NO” in un diritto assoluto mina ogni possibilità di crescita. Alcuni sostenitori dei metodi PDA arrivano a consigliare agli insegnanti di evitare qualsiasi imposizione, offrendo solo opzioni. Il risultato? Ragazzi incapaci di tollerare il conflitto o una frustrazione.

Se permettiamo che i giovani rifiutino gli esami senza conseguenze, stiamo rinunciando al compito educativo. La scuola deve sapersi adattare alle esigenze di ciascuno, ma non può rinunciare alla sua missione: allenare alla realtà. È un luogo dove si impara a perdere, a fare fatica, a convivere con l’imperfezione. 

Una cultura che rifugge dal giudizio e rifiuta l’autorità non prepara alla vita, ma all’evitamento. È nostro dovere insegnare che si possono cambiare le regole, ma non ignorarle. E che il rispetto delle regole, anche se faticoso, è ciò che tiene insieme una comunità.

La scuola è una palestra, e come tutte le palestre, a volte è dura, ma è l’unico luogo dove si impara davvero a vivere.

Un contributo ispirato da esperienze, osservazioni e conversazioni dalla pratica

Maggiori informazioni su: alschin.blogspot.ch


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